Una collezione di racconti realizzata in collaborazione con l’associazione letteraria Il Carro delle Muse, ambientati nel cuore delle Dolomiti.

 

La volte furbacchiotta (parte 2)

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Furbacchiotta era immusonita: da molti giorni Mamma era assente e lei aveva un po’ di nostalgia… inoltre, era preoccupata perché non sapeva quando sarebbe tornata. Di solito, prima di allontanarsi, le diceva:

“Vieni qua, piccola Furbacchiotta, ora devo andar via per due o tre giorni… devi comportarti come sempre, brava come quando io sono qui… e, soprattutto, non metterti in pericolo, hai capito?”

Quella volta, però, era scomparsa in fretta, senza avvisarla, dentro una di quelle scatole che si muovevano da sole. Avrebbe voluto far finta di niente ma, nel vederla andare via, le si erano fatti grandi gli occhi per il dispiacere. Per molte ore era rimasta lì ad aspettare, invano, vicino alla sua panchina dell’orto.

Sospirava, poi si disponeva ad avere pazienza nell’attesa di quella donna che a lei pareva la cosa più bella che aveva incontrato in tutta la sua vita.

Ubbidiva, stava attenta, soprattutto… evitava d’incontrare Beppo il Cacciatore.  Quel giorno, però, era scoraggiata, stava davvero in pena. Doveva essere accaduto qualcosa a Mamma, erano passati troppi giorni da quando era partita e Furbacchiotta se ne stava vicino all’ingresso della sua tana, spiando l’orizzonte finchè non calava il buio. I suoi cuccioli, ormai indipendenti, scorrazzavano qua e là, ma lei li teneva sotto controllo affinché non si mettessero in situazioni pericolose.

Le mancava molto quell’umana che le voleva bene, la difendeva dai cattivi, le accarezzava il pelo fulvo rendendolo brillante come il sole…

Finalmente, dopo un tempo che a lei era parso lunghissimo, vide arrivare la scatola semovente con il suo tipico brontolio, il cuore le batteva forte… eccola! Mamma scese con un fagotto in braccio che emetteva strani versi…

Le andò incontro felice e Mamma passò l’involto all’umano che stava con lei, si chinò subito a farle le carezze, sussurrandole dolcemente che aveva la coda tutt’arruffata… pettinandola con le sue mani così dolci e affettuose… le aveva perfino scoccato un bacio sulla testa!

“Sei stata brava, Furbacchiotta?” Le aveva chiesto poi, tenendole il musetto tra le mani e guardandola in quegli occhi dorati, lucenti di gioia e gratitudine.

Mamma le spiegò che anche lei ora aveva un cucciolo e le chiese di non esserne gelosa: sarebbe stato amico dei suoi piccoli, un compagno di giochi… anzi, la pregava di tenerlo d’occhio, quando sarebbero stati all’aperto, e di vegliare che nessuno gli si avvicinasse troppo…

Furbacchiotta si sentiva molto orgogliosa e felice dell’incarico, così allungò il collo verso quel fagotto lamentoso per vedere come fosse un cucciolo di umani.

Mamma prese quell’involto in braccio, scostò i lembi della copertina di lana e le fece vedere il piccolo. La volpe era commossa: c’era un altro cucciolo da accudire – lei lo chiamava Bimbo – e si ripromise di aiutarla in qualche modo! Quel piccolo era bello, ma non riusciva neppure a stare in piedi!

Era felice di aver ritrovato la sua amica e non si stancava di guardarla… Mamma mise Bimbo a dormire e tornò di fuori. Si sedette sulla panchina al sole e le fece segno di avvicinarsi. La volpe si diresse in fretta verso di lei… sentiva un odorino così appetitoso! Infatti, Mamma aveva tra le mani una ciotola con tanti cibi sfiziosi… funghi, bacche, patate… Furbacchiotta mangiava e guardava l’umana con occhi languidi per la felicità. Lei le pettinò il lungo pelo, si soffermò sulla coda e su quel musetto furbo ma tenero. Seguì un periodo meraviglioso: le due madri si ritrovavano all’aperto ogni volta che c’era il sole, si scambiavano sguardi e mugolii di gioia… i cuccioli spesso si addormentavano con Bimbo vicino a loro, al sole, sdraiati sui tappeti che Mamma preparava… e Furbacchiotta era sicura che quello non poteva essere altro che il paradiso delle Volpi ubbidienti.

Mamma andava e veniva ma, se doveva trattenersi in casa, le raccomandava di badare anche al suo Bimbo. Una mattina passò di lì Beppo, il Cacciatore e la volpe, ricordando il passato, incominciò a guaiolare impaurita, sempre più forte… quell’omaccio l’aveva guardata male e incominciato a gridare:

“Vattene di lì, brutta bestiaccia!” Diceva con un ghigno orribile.

L’altra bolliva d’ira e di paura. Si precipitò a graffiare la finestra della cucina in cui stava Mamma, che corse subito fuori giusto in tempo per sentire le ultime parole del cacciatore.

“… brutto bestione sarai tu! Fuori dal mio confine!”

Gli aveva urlato, con tono bellicoso, dirigendosi verso di lui con un battipanni bene in vista.

Quella volta Furbacchiotta tremava e guardava… Mamma era intrepida, ma temeva per lei. Si teneva pronta ad assalire l’uomo se solo avesse osato sfiorarla. Ma quell’umana era troppo forte! La sentì aggiungere:

“Qui, tu, non comandi per niente Beppo!”

“Ma… neanche quella bestiaccia, però!” Ribatteva l’altro.

“Ti sbagli, lei abita qui, poco lontano: è a casa sua o nella mia e sei tu che devi andartene a casa tua!”

Il battipanni saettava nell’aria come una scimitarra.

“Calmati, donna, sono di passaggio…” Il cacciatore sembrava intimidito.

“Qui si fa quello che voglio io! – Mamma ripeté le sue ragioni e, sempre alzando quel battipanni minaccioso pronto a ricadere sul groppone del cacciatore, parafrasò il suo comportamento di qualche giorno prima – l’hai capito sì o no che qui sono io la padrona?”

Furbacchiotta approvava e digrignava i denti con ferocia in direzione di quell’omaccio, facendo da scudo ai suoi cuccioli e a Bimbo. L’altro preferì darsela a gambe: non sarebbe riuscito a tirar giù il fucile senza incassare prima una gragnuola di frustate o addirittura qualche morso di quella volpe arrabbiata…

Mamma, finalmente, disse ridendo:

“Brava, Furbacchiotta! Credo che gli abbiamo fatto passare la voglia di tornare qui!”

Si rotolarono tutti sull’erba tenera ridendo come pazzi e, da quel giorno, Beppo il Cacciatore lasciò a casa la carabina… comprò un amo e si dedicò alla pesca di trote nel fiume che scorreva di là dal bosco.

Si chiedeva, ogni giorno, però, come mai quando lui si avvicinava alla riva, i pesci migrassero tutti sull’altra sponda: qualcuno forse andava ad avvisarli?

 

Loredana Reppucci
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Immagine di Sara Sieff