Una collezione di racconti realizzata in collaborazione con l’associazione letteraria Il Carro delle Muse, ambientati nel cuore delle Dolomiti.

 

L’orsa Camilla, il gatto Rossino e la primavera (parte 1)

Il gatto Rossino s’intrufolò tra le frasche e sbirciò nella grotta.

“Ma… quanto dormono questi miei amici! – Disse – Camillo, sì e no, annusa l’aria e rientra di gran fretta per rimettersi a dormicchiare, mentre Camilla non si muove da tanto di quel tempo, tutta rannicchiata laggiù, nel buio più profondo!”

Il bel gattone che viveva ormai ospite permanente dell’amico orso, in certi periodi pieni di neve, aveva faticato a trovare cibo e aveva sospirato: magari potessi anch’io andare in letargo per tutto l’inverno!

Una mattina, però, parlando ad  alta voce con se stesso – per forza, tutti ronfavano beati – si diceva che quella di passare il tempo a dormire, era proprio vita sprecata. Era sgusciato fuori e, come faceva spesso, specie se c’era un po’ di sole, era andato in giro a curiosare… era furbo e sapeva dove trovare qualcosa da mettere sotto i denti come topolini  affamati… avanzi degli umani, qualche pesciolino imprudente che guizzava nel laghetto sottostante, se il sole ne sgelava qualche zona particolarmente esposta ai suoi tiepidi raggi.

Addentrandosi nella foresta, aveva visto una casetta di legno con la porta aperta. Era una piccola baita in cui, di quando in quando, un boscaiolo riponeva la legna, si soffermava a radunare rami spezzati dalla neve e dal vento, per legarli in fascine… oppure accendeva un bel focherello su cui riscaldava cibi dall’odore molto invitante… s’era fatto coraggio, avvicinandosi cautamente. L’altro l’aveva guardato con simpatia e accolto con gioia:

“Ciao, bel gattone! – Aveva esclamato – Che cosa ci fai qui così magrolino, hai fame?”

Rossino, sentendo quelle parole, lo aveva guardato con occhi imploranti e il boscaiolo si era commosso a tal punto da affrettarsi a rientrare in quell’abitacolo di legno, per uscirne poco dopo con una grossa ciotola in cui aveva messo un mucchio di bocconcini gustosi e un piattino col latte, che Rossino aveva divorato con avidità. Mentre guardava grato il boscaiolo, felice e soddisfatto, quello gli fece una ruvida e affettuosa carezza. E lui l’aveva ricambiato, ronfando come un motorino acceso, con una lunga strofinata del musetto sul suo ginocchio.

Rossino, da allora, aveva preso l’abitudine di andare a cercarlo… molte volte non c’era, ma trovava fuori, al solito posto, la sua ciotola, colma di avanzi gustosi da rosicchiare! In cambio, lui, sazio e soddisfatto, cercava delle pigne ben asciutte e, facendole rotolare, le ammucchiava accanto alla porta della baita, così il suo amico, tornando, le avrebbe trovate utili per accendere il suo fuocherello e… cucinare, oltre che a riscaldare l’ambiente.

Altre volte, invece, gli sembrava che il boscaiolo lo stesse aspettando, con la ciotola appena riempita di squisitezze e, quando lo vedeva arrivare, lo accoglieva festosamente:

“Vieni, vieni… sbrigati, dai… – gli diceva – avrai fame, no?”

E lui si avvicinava e si abbuffava….

Quella mattina, Rossino che vegliava un po’ su tutta la famiglia degli orsi, aveva incrociato rapidamente Camillo che rientrava come un sonnambulo, senza neanche prendersi cura di aprire gli occhi.

“Ehi, ma dormi ancora?” Gli chiese velocemente, prima che quello si buttasse a terra per continuare il suo sonno invernale.

“Che vuoi… è ancora freddo ed io… sono stanchissimo!” Disse cercando di riconquistare il caldo della sua cuccia.

“Per forza sei stanco: sei dimagrito molto e senza la pappa non si vive bene…” Borbottò.

Subito dopo, però, Camillo e Rossino, guardandosi attorno nella grotta, spalancarono gli occhi per lo stupore. L’orsa Camilla si era svegliata e si muoveva laggiù in fondo, ma aveva uno sguardo così tenero! Rossino spostò alcune frasche dall’ingresso per far entrare un po’ di luce. L’orsa stringeva tra le sua vigorose zampe quattro bellissimi cuccioli affamati e irrequieti, nati poco prima che facesse giorno. L’orso Camillo si sforzò di tenere aperti gli occhi, rugliò a lungo, sorpreso e felice anche lui, mentre il gattone saltellava attorno festosamente:

“Ma che begli orsacchiotti, Camilla!” Esclamò il gatto e poi, premurosamente, le chiese se avesse bisogno di qualcosa o se poteva aiutarla in qualche modo.

“Un po’ d’acqua…” Sussurrò l’orsa.

Rossino si precipitò fuori della tana, salì un po’ verso l’alto della montagna. Fece una grossa palla di neve e la fece rotolare giù, fino all’ingresso della grotta, sospingendola dentro fino ai cuccioli, che si misero a leccare ora la neve, ora la testa di Rossino.

Il gatto si ritirò un po’ schizzinoso, poi si rivolse a Camillo, sempre mezzo addormentato:

“Ehi, vieni qua pelandrone… sennò questi mi scambieranno per il loro padre!” Gridò.

Camillo si strofinò ancora gli occhi per sincerarsi delle nuove presenze e guardò con orgoglio i bellissimi cuccioli neonati.

 

Loredana Reppucci
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Immagine di Sara Sieff