Una collezione di racconti realizzata in collaborazione con l’associazione letteraria Il Carro delle Muse, ambientati nel cuore delle Dolomiti.

 

Anacleta e la lince Fiamma

Il piccolo convento era sempre più povero: di fraticelli ne erano rimasti meno di una decina, la gente aveva perso la sua generosità, i prezzi aumentavano sempre e la cuoca, Anacleta, spesso piangeva perché non sapeva cosa mettere in tavola. Ogni tanto, gli animaletti dei dintorni si soffermavano nel vecchio orto che, quell’anno, non aveva dato grande aiuto al convento, prima per il troppo sole e dopo per la troppa acqua. Infine, una nottata di freddo gelido aveva fatto morire le ultime piante e verdure sicché quel poco che si poteva tirare su… era finito nell’immondizia. Solitamente Anacleta, di giorno, mentre i fratelli andavano in giro per la questua, si recava in quei boschi ripidi e nei piccoli sprazzi di prato, a cercare qualcosa di commestibile non solo per il convento, ma anche per gli animaletti che venivano nel cortile. Raccoglieva le bacche anche se un po’ rinsecchite per gli uccellini, nocciole e pinoli… radici e bulbi… ma c’era così poco! Era un inverno davvero rigido, quello! Nel magazzino c’erano rimaste solo le vecchie mele del loro unico albero sopravvissuto, le patate e le rape che lei coltivava assieme a fra’ Crispino.

Anacleta, di suo, era sempre serena, riusciva a parlare con gli animali e con le piante e quella vita di solitudine e di preghiera aveva risvegliato in lei una spiccata sensibilità per tutte le creature. E, infatti, sapeva comunicare con qualsiasi forma di vita, fosse animale o vegetale.

Ogni tanto, arrivava qualche animale selvatico… un vecchio gatto che si accaparrava il poco spazio esposto al sole, una giovane volpe dalla bellissima coda che si affacciava sfacciatamente alla porta della cucina che dava sull’orto e poi se ne andava, lasciando la cuoca triste quando non aveva nulla da darle. Anacleta li chiamava tutti i suoi amici e, a ognuno di loro, aveva assegnato un nomignolo al quale ogni animale rispondeva se si trovava nei dintorni e lei li salutava, sempre festosa.

Era una donna semplice, che amava molto la natura e, data la solitudine di quel piccolo convento aggrappato a una roccia, su una piccola radura, parlava con gli animali, brontolava con Dio, si sfogava con i santi.  Galline, gatti, volpi, topini e perfino cespugli e alberi, però, li trattava come fossero persone. E, gli animali trattavano lei come un’amica.

“Niente, cara Furbetta… oggi proprio non so cosa darti e cosa fare!” Confidò tristemente alla volpe, che la guardava fissa, annusando l’aria e delusa di sentire solo odore di patate lesse. L’animale si avvicinava a lei, accettava una carezza strusciando il musetto sul suo grembiule e poi se ne andava via mogio mogio.

Anacleta volgeva gli occhi al cielo e incominciava con le sue lagnanze quotidiane:

“Beh… capisco che hai tanto da fare, lassù… ma i miei fraticelli e gli animali del bosco hanno fame – gli diceva con tono di rimprovero – e Tu ci hai sempre assicurato di provvedere per tutti! Adesso è il momento giusto per… darti da fare!”

Poi si pentiva di aver fatto la rampogna al buon Dio e recitava tre o quattro mea culpa pensando caparbiamente: intanto, però, quello che dovevo dirgli… glielo ho detto!

Uscì per pulire il piccolo piazzale davanti all’ingresso e restò a bocca aperta guardando quel tramonto di fuoco: sembrava che l’intero universo si fosse trasformato in un’immensa brace.

Oh, mio Dio! Spero di non aver esagerato con le mie richieste… pensò.

A un tratto, come fosse uscita dal nulla, le comparve una bellissima lince, fiera e dal portamento altezzoso. Il soffice pelo, nell’ultimo agonizzare del sole, sembrava di fiamma.

Delle linci aveva sentito parlare tanto, ma non ne aveva mai vista una: quella che le stava davanti ora, l’aveva riconosciuta per le orecchie aguzze e quello sguardo verde che la fissava con una dignitosa arroganza.

Aveva sentito dire che era una rarità da vedersi e, quindi, la sua presenza era presagio di eventi straordinari. Qualcuno asseriva che lo sguardo di una lince era l’incessante vigilanza di Dio sugli uomini! Sentì una puntina di rimorso… lei, quel giorno, aveva mugugnato un bel po’ con il Creatore…

Sospirò. Senza battere ciglio, immobile come una statua, non riusciva a staccare gli occhi da quel felino così temerario che stava fermo sulla soglia con evidente sussiego, ma con i muscoli tesi, pronto a fuggire.

Era stupendo e, nel cuore di Anacleta, sulla curiosità, prevalse l’amore per quella sorta di gattone che la fissava, ipnotizzandola.

“Salve, Fiamma… – le disse con affetto assegnandole il suo nomignolo – da dove vieni e come mai sei qui?” Poi, cautamente, si avvicinò e allungò una mano con molta prudenza per farle una carezza. La lince non si mosse, non la graffiò, anzi, incominciò a emettere un impercettibile ron-ròn di soddisfazione.

Ad Anacleta non pareva vero di poterla accarezzare a lungo e la bestia sembrava tollerare bene quella confidenza. Poi, lentamente si stiracchiò e, con un balzo acrobatico, sparì mentre calava improvvisamente la notte. Certo, era un animale inconsueto, magico, misterioso, che sembrava volesse dirle qualcosa…

“Buon Dio, dimentica le mie parole di poco fa… e benedici questi cari animali che vengono a trovarmi!” Sussurrò Anacleta. Accese le lanterne del cortile, perché Fra Crispino non era ancora rientrato dalla questua. Guardò l’orologio. Come il solito, il nostro fratello si sarà fermato a chiacchierare… pensò, scuotendo la testa con una certa aria di disapprovazione.

Continua…

Loredana Reppucci
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Illustrazioni di Sara Sieff
Proprietà riservata