Una collezione di racconti realizzata in collaborazione con l’associazione letteraria Il Carro delle Muse, ambientati nel cuore delle Dolomiti.

 

Accadde Domani (parte 2)

Storia fantastica ma non troppo !

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“Come dicevo, i calcoli quadridimensionali, può farli solo un tetra-computer e anche quello, mentre calcola, si sta muovendo alla velocità della luce, trecento mila chilometri il secondo… e gli eventi[1] si perdono in altre galassie! Ma Albert Sesto ci ha insegnato a difenderci dai computer: come il suo progenitore famoso, anche lui odia la matematica!”

“E allora?”

“Lui si è inventato un modo molto empirico per risolvere il problema… ma non è ancora riuscito a dimostrarne la validità e, quindi, non avendolo brevettato, lo comunica solo agli amici come noi che, quindi… sfruttiamo l’idea senza farlo sapere ad altri!”

“E… come?”

“Beh… a te posso dirlo, tanto, per ora, non potrai spiattellare questo segreto a tutto il cronotopo… dunque, ci si porta su una sporgenza dello spazio tempo, per dirla nel vostro linguaggio, poi… ci si concentra bene per individuare il buco nero in arrivo e si pronunciano delle parole magiche con un’altissima vibrazione che interferisce sulla velocità, provocando pause di arresto della stessa. Approfittando, quindi, che lui rallenta e tu sei veloce, riesci a orientarti abbastanza bene, con un po’ d’esercizio, naturalmente.”

Ma… essendo il suono molto più lento della luce, come possono delle parole interferire sulla velocità?”

“C’è un amplificatore… che sfrutta la durata delle vibrazioni sonore. Del resto, la radiazione cosmica di fondo[2], non è forse il suono primordiale dell’universo, la voce del Big Bang?”

“Oh, certo, certo… – dico io, sempre più costernata… e aggiungo – non mi hai detto le parole magiche da pronunciare…”

“Semplicissimo: bagigi, bruscandoli e stracca ganasce.

Questi nomi, improvvisamente, mi evocano un lontano passato…

“Che strano: ho già sentito pronunciare queste parole… forse nel Veneto…” Sussurro.

“Può essere! Come no? – Interviene subito Tom – Si dice che Albert Einstein, quello che conosci anche tu per averlo studiato, andò in Italia… e, fermandosi a Venezia, abbia visto un prestigiatore far sparire e riapparire degli oggetti, usando quelle parole… sai com’era fatto lui: ci volle provare e… ci riuscì!”

“Beh, permettimi di dire che questo non sta in piedi, quindi è solo una bufala pazzesca!” Dico indignata.

“Anche altri la pensavano come te… Albert si arrabbiò tanto che le urlò addirittura, quelle parole… e l’acqua divenne troppo alta, sommergendo Venezia per sempre!”

“Quindi… Venezia non c’è più?”

“Proprio così! Cioè, non è più là, dove la ricordi tu. Si è spostata nello spazio-tempo e ora sta nella galassia di Andromeda, tutta ristrutturata su canali senz’acqua, per evitare fastidi e tragedie. Soluzione brillante… non ci voleva mica tanto ad arrivarci!”

Mi sento immersa nell’assurdo, ma voglio continuare il discorso.

“Quindi, voi potete andare e venire ovunque, nello spazio e nel tempo?” Chiedo.

“Beh, c’è qualche limite consigliato, ma soprattutto, devi fare bene i tuoi conti! Quando vuoi tornare, se ti sei allontanato troppo, il Cronotopo nel frattempo s’è spostato di qualche migliaio di anni luce nell’iperspazio e le coordinate non coincidono più. Torni solo approssimativamente, allo spazio-tempo originale, ma chissà dove e su quale pianeta! Un altro pericolo è che tutto il Cronotopo venga ingoiato dal suo antagonista di antimateria, che noi chiamiamo il Cronogatto, tanto per distinguerlo. È il problema più importante su cui stanno studiando i nostri scienziati.”

“Sarà pericoloso questo tipo di viaggio, all’indietro nel tempo, no?”

“Eh sì, molto. Soprattutto, se uno arriva all’epoca dei suoi antenati e poi, magari, per qualche motivo, uccide un suo trisavolo.”

“Perché, che succede, lo condannato in contumacia?”

“Ma no! È che lui non sa come fare a nascere… non avendo più la discendenza da quell’antenato! E, nel frattempo… anche se lui c’è, in realtà non è lui o, peggio, non è nessuno! Un pasticcio che ha costretto lo Stato a costruire gli Assurdocomi…”

“Assurdocomi?!? Ma che altre strane realtà ci sono da voi, ancora?” Chiedo sgomenta.

“Sono moderne strutture sanitarie per ospitare gli individui virtuali, quelli che sono rimasti orfani prima del loro concepimento. Una piaga sociale difficile da affrontare!”

Sono del tutto costernata e non so più cosa fare…

“Peccato! Però, sareste potuti venirmi a trovare un po’ prima…” Dico per non far trapelare la mia inquietudine.

“Non così semplice: la vostra atmosfera, purtroppo, non è molto respirabile per noi e la nostra tetra-aria delle bombole è costosissima perché tiene conto del vostro inquinamento! – Spiega Susy – Dopo il disastro ecologico del duemila ventinove, uno scienziato italo-napoletano – ricordato come l’homo technologicus parthenopeus – si era inventato una specie d’aspirapolvere spaziale, l’ha mandato in orbita e quello s’è risucchiato tutti i gas tossici, la radioattività, eccetera… però, sai come vanno le cose… non aveva fatto bene i conti e l’aspirapolvere spaziale s’è risucchiato anche un bel po’ di gravitoni. Così, la costante gravitazionale si è dimezzata e noi siamo tutti più leggeri. Sai che non ci sono persone grasse nel duemila e quattrocento settanta tre? Ed è tutto a causa dei gravitoni mancanti.”

“Allora… è stata provata l’esistenza dei famosi gravitoni?”

“Eccome, da tanto di quel tempo! È stata una scoperta del centro spaziale di Capo Carnevale, il laboratorio che adesso sta al posto del Vesuvio.”

“Non c’è più neanche il Vesuvio?” Chiedo io esterrefatta.

“Non lo sapevi?! Eppure ne hanno parlato tutte le tetra-tivù della Galassia! Esplose il giovedì grasso del duemila e trentacinque. Ci avevano nascosto dentro quindici o sedici mila scatole di fuochi artificiali per l’ultimo di carnevale, da cui deriva il nome della base spaziale. In un antico libro, scritto nel duemila e cinquantasette, si dice che lo scoppio fu uno spettacolo inimmaginabile, visibile persino da Marte!”

“E la gente che abitava lì vicino?”

“Era tempo di vacanza… si erano già trasferiti quasi tutti sull’Isola di Vivasangennà emersa dopo il tetramiracolo di San Gennaro…”

“Isola Vivasangennà? Ma che isola è?”

“Quella che emerse dopo lo tsunami…”

“Ma… quando e di cosa, stiamo parlando?” Chiedo io, trasecolata. Susy si accinge a rispondermi:

“Nel duemila e trentuno… un forte terremoto fece sgusciare dalle mani del Vescovo l’ampolla con il sangue di San Gennaro… per non farla cadere, quello urlò: ‘Aiutat’m san Gennà!!!  Teng na paura…’ e il Santo, lo esaudì. Si udì la sua voce attraversare la navata: ‘Fifone, me fai faticà pure e’ domenica… va bbene, mò te faccio n’isola…’  Si udì un grande boato e uno scrosciare d’acqua come una cascata….tutti caddero in ginocchio: quella voce era di per sé un bel miracolo, ma l’isola e lo tsunami… dimostravano il grande potere del loro santo!

E fu così che, per ricordare l’intervento del loro Patrono, i napoletani chiamarono l’isola col nome di Vivasangennà”.

“Caspita, non ne sapevo niente, io… – dico – ma, ora che ci siamo ritrovati, non potremmo telefonarci ogni tanto? Chissà con quali super smart phone vi parlate e mandate gli sms!”

“Non ci serve niente di tutto questo: quando nasciamo, ci viene innestato nell’orecchio un super microprocessore bionico molecolare.”

“Accipicchia, Tom, ma che cos’è questa roba?” Protesto io.

“E’ semplicemente tutto ciò che può servire: carta d’identità, telefonino, l’antica agenda elettronica che vi portavate appresso… appena vuoi sapere o dire qualcosa, basta che tiri il lobo dell’orecchio e puoi fare quello che vuoi.”

“Avrete tutti un orecchio spropositato a forza di tirarlo… tutti orecchioni, insomma!” Dico io, piuttosto scioccata, rifugiandomi in una battuta.

“Sì, orecchioni, ma non nel senso che intendi tu!” Ridacchiano allegramente i due… (è evidente che mi considerano una specie di troglodita). A un tratto, però, Tom si tira, appunto, il lobo destro, molto agitato.

“Ohi… Ohi… dobbiamo interrompere il collegamento e ritirare l’ologramma, svelta Susy, dài, non pensare a pettinarti, ora… – le dice e poi si rivolge a me – dobbiamo lasciarti carissima, ci vedremo un’altra volta… il wormhole del crono-topo sta per richiudersi… facciamo presto!!! Ciaoooo…”

Tra me e il computer, si forma un messaggio quadrimensionale, che emette tante piccole pernacchiette (che forse, nella quarta dimensione, sono delle note musicali)…

“Scarica la App, svelta, sennò non potrai ritirare il tetra-book.”

“Di che cavolo stanno parlando?” Mi chiedo io, frastornata. E chi lo saprebbe leggere, un tetra-book?

Si spegne gradatamente il luccichio attorno al mio computer, spariscono le stringhe danzanti e colorate con le loro dimensioni assurde… si torna alla normalità. Mi lascio cadere sulla sedia, affranta.

“Addio Susy, addio Tom…”

Sussurro con rammarico, ma anche con un sospiro di sollievo.

Non mi sentiranno più, ormai! Alla velocità della luce, saranno già arrivati pressappoco… oltre i confini della Via Lattea! Penso.

Oppure… chissà? Magari potrebbero sentirmi… tirandosi il lobo dell’orecchio.

[1] Nelle coordinate dello spazio-tempo, il punto non esiste più, esiste invece l’evento.

[2] La radiazione cosmica di fondo, è la radiazione elettromagnetica che permea l’universo, considerata come prova del modello del Big Bang.

Loredana Reppucci
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